Fictional Anthology

My flowers

mad_pied_piper

Questo sito si propone semplicemente come raccoglitore delle anteprime del mio archivio di fanfiction, fictional dream.
Non ne è ammessa altrove la citazione totale né parziale, a meno che non sia stato concesso un permesso scritto.
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Fictional Anthology raccoglie le pagine che ho tributato a quanto più ha colpito la mia fantasia e non persegue alcun fine lucrativo.
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May 24th, 2009

[...] Guardare le stelle è un ottimo esercizio di modestia: piccoli puntini luminosi, a millemila chilometri dalle tue miserie.
A millemila anni dalle tue infinite morti.
Guardare le stelle è una misura di conforto o un’illusione ottica, perché quel che immagini di poter guardare il più delle volte non esiste più: è un falso spettro, cauterizzato contro la tua pupilla. Infisso nel tuo cervello, come la persistente illusione di un arto che la storia ha amputato.
È così anche per l’amore: che perdi e nessuno ti restituisce.
Che insegui e non raggiungi mai.
Che ti fa illudere nella verginità delle intenzioni, quando il tuo cuore è pieno solo dei desideri sbagliati.
Che ti spremono via, con la violenza o con l’inganno o con la rabbia o con la crudeltà: eppure restano in te. Una minuscola goccia di veleno.
L’oro di quegli occhi.
Il calore del suo respiro.
Guardare le stelle è una perdita di tempo, perché nel cielo non ci sono che sassi, mentre a renderti vivo è qualcosa di morbido e caldo. Qualcosa che mordi e che ti guadagni ogni giorno.
Al cielo arrivi solo passando per la merda: arrampicandoti su una montagna di merda. La tua. Quella di mille altri. Le scorie di una storia in cui sei comunque il più forte, perché per ogni passo che muovi, i millemila chilometri dal sogno si riducono ad un nulla.
Perché per ogni morso che allunghi, per ogni pugno che tiri, per ogni orgasmo che rubi, c’è una stella che si spegne. Muore il suo tempo, mentre si accende il tuo.
Ogni momento è quel tempo: e per quanto a fondo possano strizzarti il cuore, a lavarti l’anima non arriverà mai nessuno.
Puoi dimenticare o morire o leccare l’una dopo l’altra tutte le briciole del tuo orgoglio. E poi, quando la tua bocca sarà piena, sputarle con disprezzo su una vita che non ti ha voluto abbastanza bene: eppure ti ha insegnato ad amare.
[...].

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May 22nd, 2009

Hähnchen im Korb

Add to Memories Tell a Friend
[...] Retoricamente parlando, l’arma vincente di Anis sono le sue introduzioni: prende il discorso talmente alla lontana che quando arriva finalmente al punto, tu sei già ubriaco ed hai pure smesso di ascoltarlo. Nel caso di specie, le birre erano diventate sei, quando si decise a fare quel nome.
Già: il nome della prossima madre dei suoi figli. Ma anche no.
Di una barocca circonlocuzione irripetibile – e perché non ho la sua faccia da culo e perché ho ancora qualche brandello di decenza nascosto da qualche parte – potrei a stento riferire la chiusa: il resto è nascosto da qualche parte tra le pieghe del mio subconscio, in attesa di trasformarsi in qualche grave forma di psicosi.
“… Perché tutto sommato, l’amore è amore, no? Che importanza potrebbe avere…”.
Lo guardai come è legittimo supporre un cane fissi il bambino che gli ha appena staccato a morsi un orecchio: incredulo. E anche tanto spaventato [...].

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May 2nd, 2009

Buio

Add to Memories Tell a Friend
[...] David smadonnava contro tutti i santi per la mia stupidità da ragazzino: ma io sognavo la lingua di mio fratello.
Quell’incredibile rosso dolcissimo.
Perché?
Forse perché il rosso è l’ultimo tono che cogli, prima che i colori colino tutti via, dal primo all’ultimo, per lasciare semplicemente buio. E nel buio, poco da fare, non ritrovi mai te stesso: al più perdi tutto quello che credevi di possedere.
A partire dalle tue certezze
[...].

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May 1st, 2009

[...] L’uomo non era un animale sociale.
L’uomo era un paraculo che andava d’accordo solo con gli zerbini.
Anis non aveva un brutto carattere: Anis aveva carattere e basta.
Punkt.
Più che esasperata dalla sua vita assolutamente improbabile, sua madre era rassegnata. Oppure, semplicemente, era un’altra che teneva gli occhi aperti e guardava la vita senza troppa poesia.

Cosa c’era, là attorno?
Tutta la spazzatura di una città da buttare.


Anis spacciava: lo sapeva benissimo.
Anis, però, non si bucava.
Nell’etica distorta di uno squallore da lasciarti secco, forse l’importante era esattamente quello [...].

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March 25th, 2009

Neji

Add to Memories Tell a Friend
[...] L’unica canzone Rei abbia scritto in giapponese s’intitola Neji ed è chiaramente dedicata a suo padre.
La prima volta in cui gliela sentii cantare, aveva sedici anni e già sognava di morire, perché se nella vita porti la faccia di un morto, sei polvere al cielo. Poco altro.
Neji parla di una bambola di porcellana con uno spillo infisso nel cuore. Una bambola di porcellana dagli occhi vuoti e dall’espressione tragica. Il bambino vorrebbe vederla sorridere: e la libera dalla tortura dello spillo. Ma la bambola si sgretola perché quello spillo è il suo povero cuore. E il mondo va in pezzi, perché la bambola stessa è il cardine su cui poggia.

Rei parlava di se stesso e del suo haido: della ferita che la morte dei suoi genitori gli aveva lasciato dentro, e del collasso culturale di cui era vittima.
È Rei che mi ha trasmesso l’ossessione per Murakami ed è con lui che ho letto per la prima volta L’Uccello che girava le viti del Mondo, senza capirne davvero neppure una parola.
All’epoca ero già una quindicenne pazza di lui. Pazza in silenzio, come una povera stupida: gli anni mi avevano tolto tutta la sfacciata sicurezza con cui solo cinque anni prima gli avevo dichiarato il mio amore.
Cinque anni prima, però, Rei dormiva ancora impaurito sul fondo di una privatissima tana, quietamente aspettando arrivasse un uccello incantato. E quando lo stridere frenetico del suo becco si fosse fatto assordante, forse avrebbe dimenticato il silenzio profondo della propria maledizione.

Quanto sottile è del resto l’ombra di una vite? [...]

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March 20th, 2009

Qualcuno con cui correre

Add to Memories Tell a Friend
[...] Bill sbatte piano le palpebre e non riesce ad addormentarsi. Le immagini si rincorrono davanti ai suoi occhi che non vedono più niente.
Il cielo di Berlino è marmellata fosforescente. Filtra tra i suoi ricordi, assieme a mille altre notti.
Era arancio quello di Roma. E verdina la notte di Tokyo. E i suoi tramonti erano sangue. E brillavano stelle artificiali a New York.
Tutto svanito. Tutto cancellato.
Era nero il cielo di München.

Kristof lo sostiene per quei lunghissimi cinquantasette passi.
Cos’è l’amore per te, Kristof?
Qualcuno con cui correre, risponde [...].

[...] Sonny si incazzerà a morte, gli dice. Bill sorride debolmente. Bill conosce Frankie: si chiama Fler. Anche Fler era sul suo libro nero, perché Fler, probabilmente, è stato il primo amore di Anis. Un amore mai consumato, dunque rabbioso. Un amore diventato odio e poi vendetta e poi sfida e poi, chissà perché, solo rimpianto.
Willkommen in Tempelhof, gli mormora.
Bill chiude gli occhi: e sogna di correre sui tetti di Berlino in braccio al niente [...].

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March 10th, 2009

Crash & Bam!

Add to Memories Tell a Friend
[...] Inebriato da quella nuova prospettiva di libertà, aveva cominciato a premere sull’acceleratore, forte della desolazione della Tauentzienstraße, nonché dell’inevitabile appannamento dovuto a qualche ora di sonno arretrato.
Questo, probabilmente, aveva inciso non poco sulla velocità con cui si era ritrovato davanti all’Europa-Center.
Questo, tuttavia, non giustificava particolarmente il botto per nulla discreto che aveva fatto quel gatto, quando l’aveva preso in pieno.
A maggior ragione, poi, s’era sì nero come voleva il proverbio , ma abbastanza lontano dalla famiglia dei felini.
“Oh.cazzo”, era stato tutto quel che gli era uscito di bocca, prima che ingranasse rapidamente la retromarcia e tornasse alla propria tana, ove, gocciolante ed insonnolito, un Tom abbastanza interdetto lo aspettava come una vecchia nonna irritata.
“Bill?”, l’aveva sentito ruggire, mentre si fiondava in casa e vi si barricava.
“Tomi!”, aveva squittito disperato. “Mi sa che ho combinato un casino”.
Tom aveva sbuffato sonoramente. “Cosa? Ti sei dimenticato di dare il tuo numero di cellulare a Bushido?”, aveva scoccato lo stronzo.
E Bill, che non aveva neppure più la forza di arrabbiarsi, si era buttato a corpo morto sul divano ed aveva mugolato appena: “Peggio. L’ho messo sotto” [...].

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February 22nd, 2009

Sei du mir das Messer

Add to Memories Tell a Friend
[...] Per i fogliacci che vivevano unicamente di merda e di scandali, uno come Bill si era rivelato un’autentica manna dal cielo: poco da fare.
Da quel maledetto settembre del duemilaventuno, insomma, pareva proprio non ci fosse verso di proteggerlo dalla voracità malata di troppe mosche merdaiole.

So che me ne ritenete responsabile, ma io ti rispondo ancora no, Tom.
No.
Non sono io che sto ammazzando Bill e non sei tu e non è il resto del mondo.
È tuo fratello che deve imparare a perdere. Gliel’ho detto tante volte, quand’era ancora un mio affare, e non ha mai capito.
È un bambino viziato e stupido, che armeggia con la pietà e con il ricatto. Non può essere anche il mio bambino.
Credevo di averlo svezzato, ma evidentemente mi sbagliavo. Si sta comportando come uno stupido.
Io, degli stupidi, me ne fotto: e dovresti imparare a farlo anche tu
.

Se gliel’avesse fatta leggere, il cuore di Bill si sarebbe semplicemente sbriciolato: ne era certo.
Bill non sarebbe mai riuscito a realizzare quel che appariva palpabile oltre la laconica freddezza di un pugno di righe: che Anis doveva averlo amato davvero moltissimo per conoscerlo così bene. Che Anis, poco ma sicuro, non si era mai perdonato per quello che gli avevano fatto: per questo non pensava affatto alla possibilità di tornare indietro. Di tornare sui propri passi.
Tom, malgrado tutto, non aveva smesso di sperarlo: forse era un bambino stupido e viziato come il suo Bill [...].

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February 20th, 2009

Mani nude

Add to Memories Tell a Friend
[...] “Stai già dormendo?”.
Appena un sussurro, mentre gli si rannicchiava contro. Con prepotenza. Con bisogno.
“No”, aveva mugolato pianissimo. “Stavo pensando che mi piacciono le tue mani”.
Anis aveva riso sonoramente. Un suono scrosciante, pieno di una sotterranea, palpabile soddisfazione.
Erano sempre così le sue risate: erano nette. Come lui.
“Questa mi suona proprio nuova”, l’aveva sentito sogghignare.
Bill si era mosso leggermente al suo fianco, stringendo quelle dita tra le proprie. Giocherellando con ogni falange. Percorrendola attento quasi a ricostruirne la forma nello spazio e nella memoria.
“Perché?”.
Bushido si era sporto nella sua direzione, baciandogli con dolcezza la fronte. “Perché non sono esattamente le mani di un principe” [...].

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February 18th, 2009

[...] Io, Markus Runzheimer, sono depositario, in effetti, di un segreto per cui l’Aggro Berlin sarebbe persino disposta a vendere la madre di Sido.
Detto altrimenti, so chi è davvero la donna di Bushido. Soprattutto, so che non è affatto una donna, per quanto pure le apparenze possano ingannare [...].

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February 16th, 2009

Le parole dell'amore

Add to Memories Tell a Friend
[...] Era un vecchio adagio dal sapore stantio quello che recitava: ‘Tieni sempre a mente le parole con le quali comincia la tua storia d’amore, perché saranno anche quelle con cui finirà’.
Bill Kaulitz, però, con l’arrogante supponenza della propria adolescenza se n’era sempre fregato. Non gli piaceva la voce dei vecchi, prima di tutto. Aveva sempre preteso di imprimere alla storia una direzione che gli somigliasse più del destino descritto da un altro. Eppure, a riflettere davvero sulle coincidenze e sulle distanze, se avesse prestato orecchio proprio a quella voce, avrebbe trovato un motto inequivocabile.
L’aveva scritto lui, del resto.
Non aveva neppure mai tentato di smentirlo.

“Ich bin ein Monster”.
Sono un mostro.

Quell’espressione aveva colto nel segno, lasciandolo tramortito.
Non avrebbe saputo neppure dire il perché, se all’epoca lo conosceva appena: una conoscenza obbligata, imposta da vincoli di produzione, venduta alla telecamera prima ancora che alla vita.
Bill, tuttavia, il peso di quella parola l’aveva avvertito in pieno, come il carico di tristezza che si trascinava dietro [...].

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February 15th, 2009

Man! I Feel Like A Woman!

Add to Memories Tell a Friend
[...] Purtroppo per me, sono stata punita: non solo Anis non è guarito dal suo ridicolo loli-complesso, ma ha ulteriormente ampliato le proprie vedute.
Per usare un eufemismo, potrei dire che si è accorto in termini generali di quanto bella sia l’adolescenza in quanto età.
Per essere brutalmente diretta, dovrei dire che ha cominciato ad allungare l’occhio pure sui maschi.
Ambigui, prepuberi, probabilmente froci, ma maschi.
E no, non sto parlando di Kay One. Sto parlando di Bill Kaulitz.
In tutta sincerità, ammesso e non concesso anche gli uomini possano entrare in crisi una volta oltrepassata la boa di una certa età, trent’anni mi sembrano pochini [...].

[...] Può darsi che Kaulitz sia molto meno oca di come lo facevo, oppure – come temo sia più probabile ancora – Bushido si sia rincoglionito sul serio. Forse, soprattutto, a cementare una relazione improbabile è stata proprio quell’intrinseca improponibilità: inventati un ostacolo insormontabile, un balcone o un nero che s’incazza facilmente, ed avrai Shakespeare. Avrai il capolavoro.
Io ci ho provato – lo giuro – a gettare un velo di ridicolo sull’insieme. Ci ho provato a raccontare ad Anis il finale di quella tragedia: ma Anis, probabilmente, da qualche parte ha nascosta l’ambizione del re e la stupidità dell’ignorante [...].

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February 14th, 2009

[...] “Beh… Non sarebbero comunque fatti tuoi, no?”, aveva scoccato seccamente.
Bushido gli aveva sorriso.
Bushido l’aveva proprio fregato.
“Che carino. Sempre sulla difensiva?”.

Quando hai diciannove anni ed una vita blindata; quando sono quattro anni che nessuno ti chiama amore per il semplice fatto tu sia tu e non una figurina; quando sei troppo giovane per avere la pazienza di scoprire quanto lunghi siano i tempi del sentimento, ma sei abbastanza grande da non meritare attenuanti, un sorriso può effettivamente lavorarti alle corde sino a suggerirti mosse molto, ma molto avventate.

Nel caso di specie, si era fidato di Bushido. Anzi: di Anis.

Non era capitato nulla di clamoroso, beninteso: avevano solo parlato.
Ma più parlava, più gli riusciva facile farlo.
Più si abbandonava a quella sensazione di calore rassicurante che gli dava sentirsi finalmente ascoltato, più metabolizzava con sgomento il tempo corresse via troppo veloce per un infinito istante di piacere.
Sicché, vincendo una timidezza innata, peggiore ancora, se possibile, di un carattere di merda, gli aveva lasciato il proprio numero di cellulare.
“La prossima volta… Offro io”, aveva scollato a fatica [...].

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February 12th, 2009

Vorbei

Add to Memories Tell a Friend
[...] Bushido non l’aveva mai chiamato amore. Non gli aveva mai promesso niente. Contro il suo corpo aveva lasciato un odore ed un sapore che non avrebbe dimenticato comunque.
Non dopo millemila anni.
Non dopo millemila mari.
A diciannove anni, almeno, ti illudi che così sarà, per non sentirti semplicemente un povero idiota molto vulnerabile. Troppo vulnerabile.
Anis l’aveva baciato quella notte. L’aveva fatto meno di una settimana dopo. E poi, di nuovo, come aveva rimesso piede in Germania, euforico della nuova libertà berlinese.
Era per lui, forse, che aveva finalmente imparato a guidare: per la libertà di stringere con un paio di chiavi il gusto dolciastro e rassicurante del Liebe.
A quel punto, però, erano arrivati i paletti.
I ritardi.
Gli appuntamenti differiti.
I cellulari muti.
Bill aveva sospirato leggermente, sedendo scomposto tra le lenzuola spiegazzate, consumate dalla solitudine e dall’umidore stantio di un ricordo che non consolava più nessuno.
Nel silenzio dell’ora meridiana, una cicala impazzita friniva con un’ostinazione persino commovente.
Il suo zzi zzi zzi aveva una consistenza quasi solida: ti arrivava addosso come uno schiaffo. Come una sveglia.
“D’accordo. Ripartiamo”, aveva mormorato [...].

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February 10th, 2009

Stadt der Engel

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[...] Stringemmo il nostro patto di silenzio e di bugie: non puoi amarti alla luce del sole, del resto, se non sei un angelo. Non attraversi la gente, né la loro ipocrisia. Non attraversi la diffidenza e neppure le dita puntate. Non puoi sottrarti alla violenza del buonsenso.
A me stava bene, in fondo: era in linea con il mio personaggio.

Bill mi baciava a fior di labbra e mormorava ironico: “Questa solitudine mi sta facendo impazzire”.

Ero io la sua solitudine.
La sua ombra.
Il suo angelo custode.
Lui era Marion, la funambola che amava Nick Cave: era un desiderio tanto forte da spezzare anche il mio Muro.
Da farmi cadere nella vita vera.


Bill era uno che credeva tremendamente nell’Amore.
Usava solo e sempre la maiuscola. Aveva i coglioni per fregarsene del sesso: quel che gli importava era la sostanza.
Anche se non era abbastanza sensibile da capire la metafora dell’angelo, insomma, il suo cuore l’aveva comunque trasformata in una realtà plausibile.

E poi è successo [...].

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January 22nd, 2009

Stichwort: Liebe

Add to Memories Tell a Friend
[...] Quelli di Bill erano diventati dei sogni molto bagnati.
Umidi e sporchi e molli.
Se li ritrovava addosso al risveglio, nel groviglio scomposto delle lenzuola.
Se li trovava incollati alle dita, ai capelli, alla bocca.
Anis, con quella sua espressione sempre un po’ obliqua, perennemente sospesa tra motteggio e verità, gli aveva fatto notare tutte le cattive ragazze ne facessero.
Bill, in effetti, non l’avresti proprio mai detto una ragazza perbene.

Mentre altre dita gli scoprivano il viso per il primo bacio della giornata – non necessariamente sulla bocca, no. A lui piaceva anche cercarlo dov’era salato e morbido. E biondo, come nessuno avrebbe mai detto –, Bill pensava piuttosto quella maledizione tutta notturna nascesse dalla Spree: da quel che le aveva offerto come sacrificio estremo di una vita da buttare.
Era stata la Spree ad inghiottire Bill Kaulitz, nel novembre del duemilanove.
Dieci anni più tardi – non erano ancora dieci, d’accordo: ma sui simboli ci si può anche accordare –, la vecchia maschera affiorava in superficie solo nelle ore più silenziose e segrete.
Anis, se non altro, aveva sempre avuto il buongusto di non temere i fantasmi.
Una scelta – ammesso e non concesso potesse chiamarla davvero tale – era stata comunque fatta.
Non necessariamente obbligata, ma una scelta comunque.

Il rifiuto di Tom era stato l’abbraccio del niente.
La mano di Anis, una pennellata di vernice fresca sullo schifo
[...].

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January 19th, 2009

Cupido in catene

Add to Memories Tell a Friend
[...] La bestia, evidentemente, un po’ di cuore ce l’aveva, perché l’aveva afferrato per un polso e trascinato di nuovo in corridoio.
“Mi cedi la tua stanza?”, aveva mugolato speranzoso.
“No. Chiediamo al tizio della reception cosa ci sia di sbagliato in quella camera. Nella migliore delle ipotesi, ci dirà che è un problema del tuo cervello. Nella peggiore, chiameremo un esorcista. Va bene?”.
Bill gli aveva offerto spontaneamente la propria mano e scoccato semplicemente: “Facevamo prima se mi lasciavi dormire con te, comunque”.
Bushido gli aveva rivolto un’occhiataccia. “Ecco: questo magari non dirlo quando in giro c’è qualche testimone di troppo!” [...].

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January 17th, 2009

[...] I giornali, nell’affrontare questa storia, hanno usato una similitudine abusata.
In oltre trent’anni di vita, almeno, sono certo di aver letto titoli analoghi una quantità infinita di volte.
La chiamano Arancia Meccanica: quando ad uno stronzo salta la rotella e se la prende con la persona sbagliata; quando qualcuno supera il naturale confine tra l’uomo e la bestia – e morde. E lacera. Senza pietà –, ammorbidiscono i toni con una metafora.
Un film, per non sprecarsi nei dettagli.
Quanto amara possa essere quell’arancia, però, Bill non potrebbe raccontarlo, perché l’ha cancellata.
Bill è sicuro sia stato solo un incidente.
Un brutto incidente.

Ma sono vivo e tornerà tutto come prima. Non c’è bisogno che mi guardi così. Tutto sarà come prima.

Bill non si ricorda di Anis.
Non sa neppure che è per punirlo gli abbiano fatto tanto male da spremergli davvero il cuore come un’arancia: e farglielo poi colare via, nello scarico dei sogni perduti [...].

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January 5th, 2009

[...] “Sì, lo so che era tanto carino”, aveva esalato disgustato, strappandogli di mano una foto raggelante ch’era stata scattata quando frequentava la sesta a Hikone – e tetsu era dunque in quinta - in quinta e, a dirla tutta, somigliante sinistramente alla Coppa Uefa –.
Takachan non si era scomposto, impossessandosi piuttosto tronfiamente del divano, mentre haido amoreggiava con quello stramaledetto sake.
“D’accordo…”, aveva mugugnato pratico. “Visto che tetsu…”.
Nishikawa l’aveva nondimeno interrotto immediatamente. “Aspetta aspetta… Ti registro!”.
La mascella di Ken aveva raggiunto le ginocchia, salvo risalire subito dopo al proprio posto con un guizzo dall’elasticità formidabile.
“Che?”.
Takanori si era aggiustato il collettone quasi vittoriano di una camicia dal colore raggelante, prima di pontificare senza la minima vergogna: “Se parli di tetchan, non voglio perdermi una sola parola!”.
Ken si era acceso una sigaretta: e deciso che avrebbe continuato a fumare impunito finché la nube tossica di nicotina non avesse offuscato del tutto quell’improponibile realtà.
“Non ho la minima intenzione di darti confidenza, Takanori…”, aveva sibilato tetro. “Men che mai di venderti il mio migliore amico!”.
Nishikawa non si era scomposto affatto. “Peccato”, si era limitato a bofonchiare. “Vorrà dire che dovrò accontentarmi della solita trafila”.
Ken aveva esalato un sospiro sconfitto, evitando di verbalizzare quell’unica, desolante certezza: perché tutti, in realtà, conoscevano il famoso metodo-Takanori.
Uno stalking tanto estremo, cioè, che avrebbero dovuto votarci su una legge apposita. Od avvertire qualche organizzazione per la difesa dei diritti umani.
“Perché siamo qui, Kenchan?”, aveva nel mentre pigolato haido che, a metà del bottiglione di sake, era ormai pure in piena crisi d’identità.
Ken aveva fissato il barocco orologio appeso alla parete del proprio salotto e valutato mancassero solo ottanta minuti allo show di tetsu.
In ottanta minuti, poteva ancora imbottire Nishikawa di storielle inventate a bella posta, ed ingozzare di alcool haido sino a fargli partorire un nuovo album per i Laruku ed altri quattro progetti solisti.
Poteva farcela, l’uomo Kitamura: e poi l’avrebbe fatta pagare carissima proprio al caro Ogawa.
“Per infastidire tetsu, ovviamente”, aveva sibilato mefistofelico: e cominciato a distribuire in giro un bel po’ di birra [...].

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Am Ende

Add to Memories Tell a Friend
[...] “Allora?”, gli aveva chiesto rudemente il suo manager.
Allora cosa?”.
David aveva fissato teatralmente il soffitto, neppure l’Universal l’avesse locato al Padreterno per fini consultivi. “Allora ce la diamo una calmata, Bill? Ti sei fatto tre settimane di vacanze al mare. Ti sei giocato quello schifo di credibilità estetica che avevi pur di somigliare ulteriormente al cretino uscito dal tuo stesso stampo. Hai preteso un nuovo staff di truccatori senza darci neppure il preavviso e…”.
Bill - mani sui fianchi e la collaudata espressione intimidatoria che gli era quasi costata il mento in quel di Magdeburg - aveva scrollato il capo e mugugnato un “Tomi non è un cretino!”, che dubitava potesse risollevare il tenore già bassissimo delle modeste argomentazioni in campo.
David, non a caso, aveva esalato un sospiro semiagonico. “Bill, senti… Ormai è un secolo che ci conosciamo. Perché devi piantare grane ogni volta?”, l’aveva sentito scollare con una nota di patetismo dolorosamente evidente.
“E perché non mandate i Tokio Hotel al Grand Prix?”, aveva ribattuto a brutto muso.
David si era consultato per l’ennesima volta con il soffitto, prima di decidere non ne valesse davvero la pena. “Perché pensano già in troppi che siate dei raccomandati. Ti basta?”.
Bill aveva inclinato leggermente il capo e detto ‘no’. “Io sono il cantante dei Tokio Hotel. Noi siamo un gruppo! Non potete smontarci come se fossimo… Che ne so? Un millefoglie?”.
David l’aveva fissato obliquo. “Temo che mi toccherà scriverti i testi fino alla pensione, Bill… Le tue metafore sono di uno squallore raggelante!”.
Bill gli aveva allungato un pugno tutt’altro che leggero, stravaccandosi su una delle sedie di plastica destinate ai visitatori di basso calibro. “Senza i Tokio Hotel, io non vado da nessuna parte”, aveva grugnito. “Men che mai con quello, poi…” [...].

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