[...] Thomas Fischer non avrebbe avuto problemi a dire chi preferisse dei due, se la scelta opponeva il fratello che parlava un ottimo turco e stava tentando di oliare le trattative, a un gemello fighetto e paranoico, che ormai minacciava solo tramite avvocati.
Tutto quel che c’era da dire, in ogni caso, si poteva sintetizzare nel pugno di righe che Olaf Lindner, il Comandante, gli aveva fatto recapitare sulla scrivania come nella migliore delle tradizioni poliziesche.
“Anis Mohamed Youssef Ferchichi. Bill Kaulitz. Scomparsi la sera del due settembre duemilanove. Una telefonata anonima ha raggiunto la sede dell’Universal trentasei ore più tardi, come pure le redazioni delle principali testate tedesche. Vogliono cento milioni di euro.”
Vogliono pagarsi le legioni infernali con le sirene di una generazione di rincretiniti [...].
[...] “Secondo te… Ci ammazzano?”
“Non lo so.”
“Se ci ammazzano, io non voglio morire proprio con te!”
Anis aveva riso di gusto. “Vedrò di farlo loro presente.”
Bill aveva chiuso di nuovo gli occhi. “No. Non è vero,” aveva mormorato con un filo di voce. “Non voglio morire e basta.”
Aveva stretto forte le palpebre. Una piccola lacrima era scivolata giù, finché Anis non l’aveva raccolta con la propria bocca. “I ragazzi non piangono.”
Bill aveva deglutito leggermente, prima di sfiorare le sue labbra. “Non dovrebbero neppure baciarsi, in fondo,” aveva sussurrato.
Anis gli aveva accarezzato la guancia. La sua barba era ormai troppo lunga, ispida e fastidiosa. Il suo odore, acuto e rassicurante. “E chi lo dice?”
Bushido l’aveva lasciato scivolare contro di sé, quasi il suo corpo potesse davvero proteggerlo.
Un mese poteva davvero cambiarti la vita:
e questo, sul serio, non te lo raccontava mai nessuno.
“Dammi un bacio.”
“Perché?”
“Perché sono un ragazzo. Non voglio piangere.” [...].
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