[...] Quelli di Bill erano diventati dei sogni molto bagnati.
Umidi e sporchi e molli.
Se li ritrovava addosso al risveglio, nel groviglio scomposto delle lenzuola.
Se li trovava incollati alle dita, ai capelli, alla bocca.
Anis, con quella sua espressione sempre un po’ obliqua, perennemente sospesa tra motteggio e verità, gli aveva fatto notare tutte le
cattive ragazze ne facessero.
Bill, in effetti, non l’avresti proprio mai detto
una ragazza perbene.
Mentre altre dita gli scoprivano il viso per il primo bacio della giornata – non necessariamente sulla bocca, no. A lui piaceva anche cercarlo dov’era salato e morbido. E biondo, come nessuno avrebbe mai detto –, Bill pensava piuttosto quella maledizione tutta notturna nascesse dalla Spree: da quel che le aveva offerto come sacrificio estremo di una vita da buttare.
Era stata la Spree ad inghiottire Bill Kaulitz, nel novembre del duemilanove.
Dieci anni più tardi –
non erano ancora dieci, d’accordo: ma sui simboli ci si può anche accordare –, la vecchia maschera affiorava in superficie solo nelle ore più silenziose e segrete.
Anis, se non altro, aveva sempre avuto il buongusto di non temere i fantasmi.
Una scelta – ammesso e non concesso potesse chiamarla davvero tale – era stata comunque fatta.
Non necessariamente obbligata, ma una scelta comunque.
Il rifiuto di Tom era stato l’abbraccio del niente.
La mano di Anis, una pennellata di vernice fresca sullo schifo [...].
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