[...] Bushido non l’aveva mai chiamato amore. Non gli aveva mai promesso niente. Contro il suo corpo aveva lasciato un odore ed un sapore che non avrebbe dimenticato comunque.
Non dopo millemila anni.
Non dopo millemila mari.
A diciannove anni, almeno, ti illudi che così sarà, per non sentirti semplicemente un povero idiota molto vulnerabile.
Troppo vulnerabile.
Anis l’aveva baciato quella notte. L’aveva fatto meno di una settimana dopo. E poi, di nuovo, come aveva rimesso piede in Germania, euforico della nuova libertà berlinese.
Era per lui, forse, che aveva finalmente imparato a guidare: per la libertà di stringere con un paio di chiavi il gusto dolciastro e rassicurante del Liebe.
A quel punto, però, erano arrivati i paletti.
I ritardi.
Gli appuntamenti differiti.
I cellulari muti.
Bill aveva sospirato leggermente, sedendo scomposto tra le lenzuola spiegazzate, consumate dalla solitudine e dall’umidore stantio di un ricordo che non consolava più nessuno.
Nel silenzio dell’ora meridiana, una cicala impazzita friniva con un’ostinazione persino commovente.
Il suo zzi zzi zzi aveva una consistenza quasi solida: ti arrivava addosso come uno schiaffo.
Come una sveglia.
“D’accordo. Ripartiamo”, aveva mormorato [...].
Leggi qui