[...] Per i fogliacci che vivevano unicamente di merda e di scandali, uno come Bill si era rivelato un’autentica manna dal cielo:
poco da fare.
Da quel maledetto settembre del duemilaventuno, insomma, pareva proprio non ci fosse verso di proteggerlo dalla voracità malata di troppe mosche merdaiole.
So che me ne ritenete responsabile, ma io ti rispondo ancora no, Tom.
No.
Non sono io che sto ammazzando Bill e non sei tu e non è il resto del mondo.
È tuo fratello che deve imparare a perdere. Gliel’ho detto tante volte, quand’era ancora un mio affare, e non ha mai capito.
È un bambino viziato e stupido, che armeggia con la pietà e con il ricatto. Non può essere anche il mio bambino.
Credevo di averlo svezzato, ma evidentemente mi sbagliavo. Si sta comportando come uno stupido.
Io, degli stupidi, me ne fotto: e dovresti imparare a farlo anche tu.
Se gliel’avesse fatta leggere, il cuore di Bill si sarebbe semplicemente sbriciolato:
ne era certo.
Bill non sarebbe mai riuscito a realizzare quel che appariva palpabile oltre la laconica freddezza di un pugno di righe: che Anis doveva averlo amato davvero moltissimo per conoscerlo così bene. Che Anis, poco ma sicuro, non si era mai perdonato per quello che gli avevano fatto: per questo non pensava affatto alla possibilità di tornare indietro. Di tornare sui propri passi.
Tom, malgrado tutto, non aveva smesso di sperarlo:
forse era un bambino stupido e viziato come il suo Bill [...].
Leggi qui