Fictional Anthology
My flowers
Neji 

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March Wednesday 2009 10:46pm
[...] L’unica canzone Rei abbia scritto in giapponese s’intitola Neji ed è chiaramente dedicata a suo padre.
La prima volta in cui gliela sentii cantare, aveva sedici anni e già sognava di morire, perché se nella vita porti la faccia di un morto, sei polvere al cielo. Poco altro.
Neji parla di una bambola di porcellana con uno spillo infisso nel cuore. Una bambola di porcellana dagli occhi vuoti e dall’espressione tragica. Il bambino vorrebbe vederla sorridere: e la libera dalla tortura dello spillo. Ma la bambola si sgretola perché quello spillo è il suo povero cuore. E il mondo va in pezzi, perché la bambola stessa è il cardine su cui poggia.

Rei parlava di se stesso e del suo haido: della ferita che la morte dei suoi genitori gli aveva lasciato dentro, e del collasso culturale di cui era vittima.
È Rei che mi ha trasmesso l’ossessione per Murakami ed è con lui che ho letto per la prima volta L’Uccello che girava le viti del Mondo, senza capirne davvero neppure una parola.
All’epoca ero già una quindicenne pazza di lui. Pazza in silenzio, come una povera stupida: gli anni mi avevano tolto tutta la sfacciata sicurezza con cui solo cinque anni prima gli avevo dichiarato il mio amore.
Cinque anni prima, però, Rei dormiva ancora impaurito sul fondo di una privatissima tana, quietamente aspettando arrivasse un uccello incantato. E quando lo stridere frenetico del suo becco si fosse fatto assordante, forse avrebbe dimenticato il silenzio profondo della propria maledizione.

Quanto sottile è del resto l’ombra di una vite? [...]

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