Fictional Anthology
My flowers
heute 

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August Saturday 2009 10:04pm - La Corte dei Miracoli
[...] Nel backstage, la follia continuava a dilagare: Morrie parlava del tempo e haido annuiva grave come se avesse appena teorizzato una formula essenziale per risolvere la crisi borsistica; Morrie scuoteva un po’ i capelli e Kiyoharu tornava a estroflettere i labbroni; Morrie si lamentava della calca e Yasunori minacciava tutti i gruppi da lui prodotti – ergo mezza Danger Crue – di penalità criminali e anche di morte.
Mancava solo un folle, a quel punto, perché la Corte dei Miracoli del Mito fosse al completo. Qualcuno, poi, ch’era di norma discreto quanto una macchia di sugo su un abito nuziale [...].

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March Wednesday 2009 10:46pm - Neji
[...] L’unica canzone Rei abbia scritto in giapponese s’intitola Neji ed è chiaramente dedicata a suo padre.
La prima volta in cui gliela sentii cantare, aveva sedici anni e già sognava di morire, perché se nella vita porti la faccia di un morto, sei polvere al cielo. Poco altro.
Neji parla di una bambola di porcellana con uno spillo infisso nel cuore. Una bambola di porcellana dagli occhi vuoti e dall’espressione tragica. Il bambino vorrebbe vederla sorridere: e la libera dalla tortura dello spillo. Ma la bambola si sgretola perché quello spillo è il suo povero cuore. E il mondo va in pezzi, perché la bambola stessa è il cardine su cui poggia.

Rei parlava di se stesso e del suo haido: della ferita che la morte dei suoi genitori gli aveva lasciato dentro, e del collasso culturale di cui era vittima.
È Rei che mi ha trasmesso l’ossessione per Murakami ed è con lui che ho letto per la prima volta L’Uccello che girava le viti del Mondo, senza capirne davvero neppure una parola.
All’epoca ero già una quindicenne pazza di lui. Pazza in silenzio, come una povera stupida: gli anni mi avevano tolto tutta la sfacciata sicurezza con cui solo cinque anni prima gli avevo dichiarato il mio amore.
Cinque anni prima, però, Rei dormiva ancora impaurito sul fondo di una privatissima tana, quietamente aspettando arrivasse un uccello incantato. E quando lo stridere frenetico del suo becco si fosse fatto assordante, forse avrebbe dimenticato il silenzio profondo della propria maledizione.

Quanto sottile è del resto l’ombra di una vite? [...]

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[...] “Sì, lo so che era tanto carino”, aveva esalato disgustato, strappandogli di mano una foto raggelante ch’era stata scattata quando frequentava la sesta a Hikone – e tetsu era dunque in quinta - in quinta e, a dirla tutta, somigliante sinistramente alla Coppa Uefa –.
Takachan non si era scomposto, impossessandosi piuttosto tronfiamente del divano, mentre haido amoreggiava con quello stramaledetto sake.
“D’accordo…”, aveva mugugnato pratico. “Visto che tetsu…”.
Nishikawa l’aveva nondimeno interrotto immediatamente. “Aspetta aspetta… Ti registro!”.
La mascella di Ken aveva raggiunto le ginocchia, salvo risalire subito dopo al proprio posto con un guizzo dall’elasticità formidabile.
“Che?”.
Takanori si era aggiustato il collettone quasi vittoriano di una camicia dal colore raggelante, prima di pontificare senza la minima vergogna: “Se parli di tetchan, non voglio perdermi una sola parola!”.
Ken si era acceso una sigaretta: e deciso che avrebbe continuato a fumare impunito finché la nube tossica di nicotina non avesse offuscato del tutto quell’improponibile realtà.
“Non ho la minima intenzione di darti confidenza, Takanori…”, aveva sibilato tetro. “Men che mai di venderti il mio migliore amico!”.
Nishikawa non si era scomposto affatto. “Peccato”, si era limitato a bofonchiare. “Vorrà dire che dovrò accontentarmi della solita trafila”.
Ken aveva esalato un sospiro sconfitto, evitando di verbalizzare quell’unica, desolante certezza: perché tutti, in realtà, conoscevano il famoso metodo-Takanori.
Uno stalking tanto estremo, cioè, che avrebbero dovuto votarci su una legge apposita. Od avvertire qualche organizzazione per la difesa dei diritti umani.
“Perché siamo qui, Kenchan?”, aveva nel mentre pigolato haido che, a metà del bottiglione di sake, era ormai pure in piena crisi d’identità.
Ken aveva fissato il barocco orologio appeso alla parete del proprio salotto e valutato mancassero solo ottanta minuti allo show di tetsu.
In ottanta minuti, poteva ancora imbottire Nishikawa di storielle inventate a bella posta, ed ingozzare di alcool haido sino a fargli partorire un nuovo album per i Laruku ed altri quattro progetti solisti.
Poteva farcela, l’uomo Kitamura: e poi l’avrebbe fatta pagare carissima proprio al caro Ogawa.
“Per infastidire tetsu, ovviamente”, aveva sibilato mefistofelico: e cominciato a distribuire in giro un bel po’ di birra [...].

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May Tuesday 2008 10:26pm - Hai provato con l'assenzio?
[...] La prima cosa che Ken Kitamura si trovò a pensare, allorché tetsu, con la solita, marziale efficienza, gli depositò nella segreteria telefonica uno di quei messaggi con cui amava ricordargli fossero amici da un’eternità – qualcosa sul genere ‘la riunione del gruppo è fissata per le ore quindici. Non sono ammessi ritardi cumulabili alla permanenza in vita’ -, fu che Ogawa volesse dare loro proprio quella notizia.
tetchan, cioè, il ragazzetto bruttino, ossessivo e rompicoglioni, che ancora non aveva imparato a vestirsi, ma, curiosamente, era riuscito a truffare un giovane anima innocente, fosse pronto a riempire il mondo di piccoli piloti di Gundam in gonnellino a scacchi e giacchetta di nonna.
Fu come una folgorazione: di quelle che ti spingono a fare scelte inconsulte, come afferrare quella cornetta e gridare nel silenzio di un nastro ‘Abortisci!’. Oppure, semplicemente, gongolare tra te sornione, impadronendoti comunque dell’apparecchio incriminato, accendendoti una marlboro distensiva e flautare ugualmente tra l’ironico ed il serafico, “Speriamo che sia femmina, tetchan!” [...].

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February Thursday 2008 10:04pm - DAYBREAK'S BELL
[...] La prima tappa fu Marte. Qui, in condizioni semplicemente disperate, vissero gli esuli per circa tre secoli.
Vissero guardando il loro pianeta morto e cercandone uno vivo.
Vissero studiando: non per la guerra, ma per la Vita.
Per abbandonare davvero il Sistema Solare, di secoli ce ne vollero otto.
Dopo altri cinque, il nuovo mondo poteva finalmente dirsi costituito: il mondo delle colonie e dell’epos che la storia avrebbe identificato con la squadra simbolo di quegli anni.
Il Regenboden, l’aveva chiamata il crucco, come li aveva conosciuti la prima volta.

Perché?
Perché siete un’illusione della pioggia, come un arcobaleno.
A camminare su di voi, si cadrebbe nel mezzo.
Siete un ponte che non potrebbe percorrere nessuno.

Alla ‘creatura’ era piaciuta come immagine: perché sembrava dipinta sulla sua pelle.
La storia del Regenboden, ad essere puntigliosi e ligi alla cronologia di quegli anni straordinari e complicatissimi, cominciò probabilmente intorno al novantuno p.s.o..
Intorno al novantunesimo anno successivo, cioè, a quello che veniva comunemente chiamato Secondo Olocausto.
E il Secondo Olocausto, semplicemente, era la prova la razza umana non fosse intelligente e, soprattutto, non sapesse vivere senza guerra, perché malgrado la disperazione di quella vita – malgrado un mondo che mondo non era, quanto una federazione di satelliti artificiali orbitanti da qualche parte della Galassia abbastanza calda e tranquilla da ammazzarti con la nostalgia -, c’era ancora chi pensava a comandare.
C’era ancora chi parlava di Dio.
O di Fede.
O di spazio vitale.
Quando Rei Oishi Takarai sedette sul banco di un’accademia ormai epica, perché di eroi era disseminata la via che aveva concorso a creare, di anni ne erano ormai trascorsi centodiciotto.
Rei aveva quindici anni.
Era nato da un essere umano e da qualcuno che avrebbe dovuto imparare a conoscere.
L’avrebbe fatto proprio lì, alla Danger Crue, dove tutto era cominciato di nuovo.
Dove Lui era arrivato, chissà come.
Gliel’avrebbe detto un libro di storia: una storia di cui non poteva permettersi di avere paura.

Proprio come di un arcobaleno, a dirla tutta: che non puoi attraversare, ma solo guardare da lontano.
haido era così, in fondo: era per questo che saresti morto pur di averlo.
Eppure, ad essere onesti, dovevi anche dirti che no: era sempre stato lui a possederti.
Lui.
Non nato.
Mai morto.
Lui.
Tutto
[...].

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